Grotte della Gurfa: Tomba di Minosse?

Read English version

          
Segreti e misteri della Protostoria siciliana.Situate nel comune di Alia sono considerate tra le più importanti testimonianze archeologiche della Sicilia .
Presentiamo in queste pagine l’intervista della d.ssa Anna Casisa al prof. Carmelo Montagna, sulla straordinarietà delle “Grotte della Gurfa“. Imponente struttura rupestre testimone dell’antica civiltà della Sicilia. Meta di eminenti studiosi e fiore all’occhiello del turismo archeologico della provincia di Palermo.
Le chiamano Grotte della Gurfa, ma grotte non sono. Non sono neanche dei granai, stalle o antichi magazzini, almeno non nel loro uso originario. Di certo c’è solo l’origine araba del toponimo ma numerosi sono i dubbi sul significato del nome: fossa, “parete scoscesa del monte” o anche “stanza ai piani superiori”. Dubbia è anche l’attribuzione e la loro datazione. Eppure nonostante le poche certezze c’è chi considera le Grotte della Gurfa per la loro scala dimensionale una “grandiosa architettura impregnata di arcaica sacralità”. Un santuario, forse, o addirittura la tomba del re cretese Minosse, giunto in Sicilia per catturare Dedalo. E’ questa la spiegazione fornita dall’architetto, storico dell’arte, Carmelo Montagna che nei suoi libri (“Sulle tracce di Minosse”, “Tholòs e Tridente”, “Il Tesoro di Minos”) ha provato a svelare i millenari segreti di questa misteriosa struttura. Una interpretazione affascinante, e anche convincente da quanto emerge dagli studi del suo autore, ma in fondo il fascino è proprio quello che non manca in questo luogo che il regista Giuseppe Tornatore ha scelto come set per girare alcune scene del film “L’uomo delle stelle”.
( di ANNA CASISA)
Professore Montagna, quale possibile evidenza storica si nasconde tra gli ingrottati di questo antichissimo monumento rupestre?
In primo luogo la grandiosità monumentale degli ipogei, in particolare dell’ambiente campaniforme a thòlos che ha misure da primato mediterraneo. Va subito specificato che la definizione generica di “grotte” è impropria e fuorviante dal momento che si tratta di vera e propria architettura, sia pure realizzata per “sottrazione”, vera “scultura” ambientale fatta “per via di levare” come avrebbe detto Michelangelo Buonarroti. Le osservazioni ed i dati della mia ricerca sulle matrici culturali architettoniche che orientano il suo sofisticato progettista/costruttore portano in una precisa direzione: l’età del Bronzo del cuore della Sikania, con le sue coordinate minoico-micenee e le inevitabili e successive contaminazioni, in un luogo da dove “sono passati tutti”.
Cosa dicono gli studi precedenti? 
Fra luci ed ombre, certezze e misteri, le testimonianze più antiche nel sito sono le piccole tombe “a forno” visibili sul terzo livello del costone roccioso, tipiche della Civiltà cosiddetta “Castellucciana” in Sicilia, databili all’età del Rame (“eneolitico” del IV – III millennio a.C.).
  • Brevemente è questa la storia degli studi sulla Gurfa precedenti la mia opera:secondo fonti bibliografiche della Sovrintendenza, che però non ho potuto verificare e mi risultano contestate da G. Mannino, è genericamente attribuito a popolazioni pelasgiche da P. Orsi;
  • è considerato un insediamento eneolitico, legato alla presenza della necropoli sulla sommità del costone roccioso da G. Cumbo;
  • viene confrontato con le camere sepolcrali micenee, sull’esempio del famoso “tesoro di Atreo” di Micene da B. Rocco;
  • da S. Braida viene messo in stretta relazione con il grande ipogeo di Hal Saflieni di    Malta, appartenente alla cultura megalitica;
  • è classificato come insediamento tardo-romano, bizantino o genericamente altomedievale, come fossa granaria, da vari studiosi e quindi definito saraceno nella tradizione popolare, anche per via della sua denominazione araba, che però nulla di definitivo ci dice sulla nascita del complesso ma che ne attesta un uso specifico da parte islamica, fra la conquista musulmana dell’isola e il periodo di Federico II.
La Gurfa è citata nei documenti come popoloso e florido casale ‘arabo’, dato già esistente nel 1150 quando fu concesso dal re Guglielmo allo Spedale dei Lebbrosi di Palermo. Successivamente il casale entrava a fare parte dei possedimenti dell’Ordine Teutonico a cui lo Spedale dei Lebbrosi passava con tutti i suoi beni. La sua storia più recente si confonde con quella del latifondo siciliano contadino.
Potrebbe descriverci la struttura?
Sono strutture rupestri artificiali, scavate dall’uomo nell’imponente costone di roccia arenaria. Sono costituite da un grandioso ambiente campaniforme (thòlos) forato in alto dalla luce (come il Pantheon di Roma) e da un grande “vano a tenda” al piano terra, collegati da corridoi, scale, cisterne, “pozzo di discesa”, camminamenti, a quattro “stanze” al piano superiore ed a svariati altri piccoli ambienti di probabile destinazione funeraria sulla sommità del versante. Ma vi sono anche strutture limitrofe come una sorgente perenne (“la Cuba”), un grande monolite-menhir esterno a ridosso dell’ingresso agli ipogei, una vasca triangolare (per abluzioni rituali?), un ingrottato-santuario di forma triangolare a valle con segni evidenti di megalitismo e quello che resta di un idoletto (un torello?), una tomba a thòlos censita ufficialmente come tale dall’archeologo Tomasello a una ventina di metri dall’ambiente campaniforme (“thòlos”) più vasto del Mediterraneo (ancora in attesa di riconoscimento archeologico ufficiale…).
Un’ architettura ipogeica, rivestita originariamente con legname e tavolati colorati e decorati, come testimoniato dagli spessi strati di nerofumo catramoso depositati sulle sue pareti, segno sicuro di un definitivo grande incendio distruttivo. Quello che noi vediamo adesso è quindi lo “scheletro”, l’architettura in negativo, di un intervento costruttivo per scavo finalizzato alla costruzione in età molto antica di un insediamento progettato e complesso, di cui ci mancano tutte le parti interne ed esterne in legno (che pure dovevano esserci per come attestato dalle sezioni ad incastro ancora presenti sulle pareti). Così come paradossalmente ci mancano i reperti archeologici di superficie, per via dell’ininterrotto e plurimillenario uso abitativo, fino quasi alla fine del secolo scorso, ad uso agricolo nel latifondo.
E quali sono le sue ipotesi sull’uso degli ambienti?
Entrando nella prima stanza di piano terra colpisce l’attenzione il suo tetto a falde per cui viene chiamata “stanza a tenda”. Si tratta di una “stanza”, fino a metà degli anni ’90 del secolo scorso usata come stalla per l’evidenza della doppia fila di mangiatoie scavate a parete, che per me era adibita originariamente a cripta funeraria dinastica. Non si tratta di una tomba per un singolo personaggio, ma per un gruppo di persone a ciascuna delle quali corrispondeva un “segnaposto”( ne sono ancora visibili 6+6 a parete sopra i piani di posa funerari, poi diventati mangiatoie): la “nicchia” quadrilatera al centro della parete nord di fronte all’entrata (dove dovevano trovarsi i resti e le insegne sacrali della persona/capostipite e fondatore più importante) e quei fori presenti nelle pareti laterali (che indicavano il posto delle persone socialmente più vicine al “leader” del gruppo), assieme alla apparente inutilità dell’uso della doppia falda di copertura, in un ambiente che ha sopra roccia, fanno pensare immediatamente a caratteri simbolici di una residenza per l’aldilà, come per esempio nella grande architettura funeraria etrusca che è però di età molto più “recente” (VII°-VI° sec. a.C. Per esempio la “Tomba delle leonesse” di Tarquinia). Sul tetto è presente un foro, accessibile in origine da quello che resta delle tracce ad incastro di un impalcato/ammezzato ligneo, che, attraverso un “pozzo”, collega la stanza con il piano superiore. Tale foro, nell’interpretazione che ne faccio, era probabilmente utilizzato per adempiere ad un rito noto già nella letteratura antica (per es: Omero nell’ Odissea, XIX, 178-9) con il nome di Catabasi.
In pratica, colui che doveva esercitare potere assoluto sulla comunità veniva calato nella cripta e doveva rimanerci per qualche periodo: si trattava di un rito tenebroso che si ripeteva nel mondo della Creta minoico-micenea ogni 9 anni (è il Minosse enneade” omerico), che permetteva ad un uomo, dopo un periodo di incubazione, di acquisire tutte le caratteristiche divine per regnare, divenendo un Minos , cioè un Re assimilabile ad una divinità, con poteri di vita e morte sui sottoposti.
Il secondo ambiente, a pianta circolare ovalizzata e vano campaniforme con oculo di luce in sommità, è, per quanto mi risulta, la thòlos più grande del Mediterraneo (altezza 16m e diametro 13m circa). Tale dimensione, unita all’effetto suggestivo che provoca, fa pensare ad un luogo adibito a uso templare e di culto così come era usuale nella cultura minoico-micenea (esempio: il “Tesoro di Atreo a Micene”, del XV° sec. a.C.). Non ho certezze su come l’ambiente sia stato scavato. Sono presenti tre livelli di “fori” visibili a parete su un settore della thòlos, a ridosso dell’ingresso, che servivano evidentemente per sostenere dei soppalchi in legno utilizzati originariamente da “spettatori” per particolari ritualità o eventi (in età medievale e contadina divennero ammezzati per la residenza). Al vano campaniforme è da attribuire, anche per la presenza della fossa del nadir al centro del pavimento (simbolismo dell’axis mundi-asse del mondo, per l’associazione al foro dello zenit) e delle tracce di banchine rimosse sul perimetro circolare, oltre che la presenza di un incavo ad abside direzionato sulla parete est, un significato non abitativo ma religioso e di culto. Ho potuto anche verificare che l’arrivo della Primavera, all’equinozio del 21-28 marzo, coincide con un raggio suggestivo di luce che colpisce alle ore 12 solari la fossa del nadir pavimentale. La sua progettazione quindi, per simbolismo e dimensione rilevante, fa pensare ad un culto per divinità legate al mondo di confine fra luce ed oscurità, fra vita e morte, come era quella della Grande Madre Mediterranea Afrodite e quindi a committenti, costruttori e ritualità di sofisticata tradizione. Una curiosità importante: un ambiente a thòlos simile, forato in sommità, di dimensioni molto modeste rispetto al nostro, collegato con un “pozzo sacro” per il culto dell’acqua, è presente e visitabile nella Sardegna nuragica dell’età del Bronzo: è il “pozzo sacro di Santa Cristina” a Paulilatino (Oristano), dove è stato verificato il fenomeno della “luna nel pozzo”, che si osserva significativamente ogni nove anni. Come il fenomeno luminoso solare/lunare che verosimilmente si verifica alla Gurfa determinando un ciclo (detto metonico per la luna) che serviva probabilmente a misurare la durata del comando del Minos…
Salendo dall’esterno al 1°piano, con varie incisioni e graffiti parietali esterni risalenti in particolare al tempo della “Conquista del Sud” a cavallo dell’Unità d’Italia, si arriva al piccolo corridoio d’accesso al “Palazzo”. A sinistra entrando vi è una stanza, la più piccola, caratterizzata da un sistema di chiusura che permetteva di aprire la porta solo dall’interno: probabilmente si trattava della stanza del vero “tesoro” del Santuario del Minos , dove si deponevano le offerte votive, presidiata quindi sempre dall’interno. Nella seconda stanza, la più grande ed alta, che doveva essere rivestita come tutte le altre di tavolato a parete, è presente a destra dell’entrata un camino e sulla parete di sinistra, sospesa stranamente da terra un paio di metri, un vano a forma d’utero, collegato da un foro in sommità ad una cisterna per l’acqua esterna sovrapposta in asse. Nella mia ipotesi di attribuzione questa è la stanza più importante del Palazzo, dove il Minos esercitava il comando, il Megaron del Santuario della cultura minoico-micenea, e quindi quel vano inquietante a forma d’utero è quello in cui avveniva il rito dell’incubazione per fare regredire l’individuo, destinato a divenire Minos/Re ogni nove anni nella civiltà minoica, allo stato prenatale larvale e uterino, per la nuova nascita gloriosa, dopo la sopravvivenza oscura al Regno Infero con la Discesa/Catabasi che si praticava dal pozzo verticale della stanza successiva alla camera funeraria sottostante. E’ significativo che una croce, probabilmente bizantina, è incisa appena sotto questo vano.
Nella stanza successiva, la più manomessa e rovinata da usi impropri successivi, si osserva il “pozzo” dal quale veniva calato colui che era sottoposto al rito della “catabasi – incubazione” di cui si è accennato. Determinante per l’esclusione di altri usi della foratura connessi alla successiva destinazione contadina degli ambienti (per esempio: calarvi il fieno per la sottostante stalla…) è la considerazione ovvia che il segno leggibile della botola di copertura mancante porta a concludere che la pietra che lo chiudeva doveva pesare attorno agli…800 kg! Quindi questo è l’elemento che mi porta a pensare che quella botola doveva sì aprirsi, ma “ogni tanto” (probabilmente…ogni nove anni come sostiene Omero per la ritualità minoica di Catabasi a Creta). E’ anche presente a ridosso del “pozzo della Catabasi” un intrigante “disegno” inciso nella roccia:sia pur manomesso da sovra incisioni recenti si legge chiaramente un quadrato di cm 60 circa di lato con segnate sei semicirconferenze superiori di cm.10 di diametro cadauna. Per le mie riflessioni tale geometria ha direttamente a che fare con un sistema di misura riscontrabile in tutti gli ambienti a thòlos della valle del Platani censiti da Francesco Tomasello (“Tombe a thòlos della Sicilia CentroMeridionale”): un modulo metrico, su base “sei” con multipli e sottomultipli, pari ad un “piede” di circa cm.30, compresa la sofisticata “progettazione” della Gurfa.
La stanza successiva, la quarta, era probabilmente l’ambiente di dimora privato del Minos/Re direttamente collegato con l’affaccio sull’ambiente templare per il culto e il responso oracolare ai visitatori, secondo liturgie e ritualità collegate agli Equinozi ed ai Solstizi.
Lei è convinto che si tratti dell’opera di un professionista. Perchè?
L’unica certezza che ho verificato è l’intervento di un progettista/costruttore molto colto che fa uso di moduli geometrici di Sezione Aurea nella composizione architettonica, in pianta ed in sezione di quasi tutti gli ambienti. Il suo costruttore mostra di conoscere la memoria dei modelli di case-tombe a thòlos ciprioti di Choirokotia e del Megaron ligneo anatolico-frigio di Gordion. Inoltre proprio perché la thòlos della Gurfa è la più grande del Mediterraneo, con caratteri simbolici unici ed originari perfino rispetto alla celebrata thòlos di Atreo a Micene, bisogna pensare ad un’attribuzione artistica per la sua manifattura alla sapienza architettonica di un costruttore che, in assenza di altri riferimenti certi, possiamo chiamare “dedalico”. Opera infatti alla Gurfa e in tutta la vallata del Platani, o in ambienti similari siciliani, una scuola di architetti e costruttori legittimamente da intestare a Dedalo. Mi sono convinto che qui opera uno dei grandi ed antichi artefici/costruttori del Mediterraneo, forse il più grande architetto della protostoria siciliana. Molto probabilmente è da identificare con la stessa figura mitologica di Daidaleos-Dedalo, impegnato nella realizzazione della sepoltura della figura mitologica di Minos-Minosse in Sikania.
Su questo la mia ricerca è ancora in corso.
Per impianto progettuale e per dimensioni Lei associa l’ambiente a Thòlos della Gurfa alla tomba di Agamennone e a quella di Minyas, mitico antenato dei mini. La Gurfa quindi probabile Tesoro in Sikania, tomba di Minosse?
Per l’insieme di indizi culturali, storici, mitologici, ed archeologici delle immediate prossimità della Gurfa, ovviamente da verificare con lo scavo archeologico, e per quanto detto finora mi è stato possibile pensare a tutta la struttura degli ipogei-thòlos come la tomba-tempio di Re Minosse nella valle del fiume Halykos/Platani in Sikania, di cui abbiamo la descrizione sommaria dalle fonti storiche (in particolare Erodoto VII,170 e Diodoro Siculo IV,78). Questo personaggio è il Sovrano/Minos di Creta che arrivò sulla costa agrigentina all’inseguimento di Dedalo, fuggito dal labirinto di Cnosso, rifugiatosi in Sikania per i noti eventi della saga del Minotauro. Minosse morì annegato con l’inganno alla corte del Re Sicano Kokalos e seppellito in una tomba-tempio monumentale aperta al culto di Afrodite e dello stesso Minosse divinizzato. Gli storici antichi datavano tali eventi a “tre generazioni prima della guerra di Troia” che, stando alle datazioni più attendibili sarebbe da collocare tra il 1334 e il 1136 a.C. Sempre secondo le fonti antiche quella Tomba-Tempio venne distrutta dal tiranno di Agrigento Terone nel 480 a.C., che la ritrovò, quasi un millennio dopo la sua costruzione, risalendo il fiume Platani per andare a fare la guerra ad Imera. Da allora non è più stata identificata. E’ importante considerare che il sistema fluviale, di cui la Gurfa costituisce lo spartiacque fra la sua parte tirrenica e quella del Canale di Sicilia agrigentino, era quasi sicuramente navigabile per buona parte e quindi da sempre è stato la via di penetrazione per l’entroterra dalle due coste isolane.
E’ sua la scoperta del simbolo del tridente. Cosa indica questo simbolo?
Accanto all’entrata della thòlos, “fortunatamente” coperta dalla vegetazione incolta che l’ha paradossalmente salvato dal dilavamento ho “scoperto”, assieme alla labile iscrizione cristiana “IHS” (attribuibile alla riconquista cristiana dei Cavalieri teutonici del sito islamico), l’incisione profonda e marcata di un tridente capovolto (cm.21×30 circa). Doveva essere il supporto in negativo di un bassorilievo metallico (bronzo?) asportato successivamente, che simboleggia senza dubbio il simbolo di Nettuno/Poseidone, divinità del mare all’apice del pantheon minoico-miceneo. Tale simbolo venne inciso evidentemente dai navigatori che arrivarono in quest’area dopo i rischi e la fatica della navigazione, anche per ricordare il culto di provenienza. Tra l’altro è certo che quei navigatori, attestati sulla costa agrigentina nel XVIII sec. a.C. dai rinvenimenti di G. Castellana nel sito di Monte Grande, percorsero la Valle del Platani anche per il commercio del sale (“Halikos”= Via del sale) e dello zolfo, entrambi da giacimenti affioranti, che erano “il petrolio dell’antichità”.
Se i suoi studi venissero confermati, pensando in termini di sviluppo e crescita sopratutto turistica del territorio, potremmo definire le grotte della Gurfa un tesoro a cielo aperto che attende ancora di essere ri-trovato?
In assenza di reperti archeologici da scavi ufficiali, le tracce evidenti di distruzione ed incendio dei rivestimenti lignei alla Gurfa ancora aspettano una datazione. E’ evidente cosa questo scenario specialistico, al confine fra Storia dell’Architettura antica ed Archeologia, può rappresentare per lo sviluppo economico e turistico delle aree interne “povere” della Sicilia.